Ma c’era davvero bisogno di un altro thriller paranoico sugli alieni? Se è come Disclosure Day, assolutamente sì!
Allora, adesso che ho metabolizzato per bene la visione ed è svanita del tutto l’adrenalina della sala, mettiamoci comodi perché su questo Disclosure Day c’è da fare un discorso lunghissimo e parecchio serio, ve lo dico subito. Siamo sinceri: quando mesi fa è spuntato fuori il primo trailer ufficiale del film, la reazione di una grandissima fetta di pubblico (me compreso, lo ammetto senza problemi) è stata un gigantesco e stanchissimo sbadiglio da divano. Pensavo la solita, identica cosa: “Ecco qua, la solita minestra riscaldata sull’Area 51, i segreti di stato americani, i dischi volanti e i burocrati corrotti col trench che complottano nell’ombra”… insomma, quella roba trita e ritrita che Hollywood ci propina dai tempi d’oro di X-Files e che onestamente ha fatto la muffa in soffitta da un pezzo. Poi si spengono le luci e ti ritrovi davanti a un mostro di film che ribalta completamente ogni singola prospettiva, roba da non crederci. Perché questo mica è un film di fantascienza d’azione sui generis tutto esplosioni e palazzi che crollano, scordatevelo. È un thriller paranoico ad altissima tensione geopolitica, dove il mondo intero viene descritto costantemente sull’orlo di una terrificante terza guerra mondiale e dove la rivelazione di un contatto extraterrestre diventa l’innesco per una caccia all’uomo spietata, claustrofobica, quasi asfissiante. Steven Spielberg prende le sue storiche tematiche legate all’ignoto e le rimescola con il cinema complottistico e giornalistico degli anni ’70 alla Tutti gli uomini del presidente, regalandoci un’opera mastodontica che ti lascia con un senso di oppressione addosso pazzesco, di quelli che ti sembra che manchi l’aria pure quando esci nel parcheggio del cinema a fine proiezione.
Di cosa parla Disclosure Day
La narrazione si muove fin da subito su due binari paralleli che si incrociano in modo brutale e tesissimo, ed è proprio qui che la regia di Spielberg dimostra di avere ancora oggi, nel 2026, una marcia in più rispetto a chiunque altro a Hollywood. Da una parte abbiamo la linea narrativa che si sviluppa in Virginia e che segue Daniel Kellner, questo specialista in sicurezza informatica che compie un gesto estremo: ruba un dispositivo tecnologico misterioso e una marea di file riservatissimi alla Wardex Corporation, un’agenzia ombra che collabora in segreto col governo degli Stati Uniti. Da quel momento Daniel si ritrova braccato in modo disumano dal CEO dell’organizzazione, Noah Scanlon, un villain viscerale e spietato, che lo etichetta come spia straniera per scatenargli contro l’intero apparato federale. La fuga disperata di Daniel insieme alla sua ragazza Jane, una ex suora, si muove in contesti insoliti, quasi spirituali e gotici come un convento, creando un contrasto clamoroso e visivamente splendido tra la fredda tecnologia militare e la sacralità dei luoghi del silenzio. Dall’altra parte, in Kansas, la storia ci scaraventa nella vita quotidiana di Margaret Fairchild, una normalissima meteorologa televisiva che, in seguito a un evento apparentemente banale e inspiegabile tra le mura di casa, vede risvegliarsi dentro di sé delle latenti e spaventose capacità psichiche. Inizia a percepire in modo empatico i pensieri altrui e, soprattutto, a esprimersi in lingue sconosciute e totalmente aliene. Quando questo fenomeno esplode in diretta televisiva, il video diventa virale in tutto il mondo, attirando immediatamente i radar letali della Wardex che identifica quella lingua e fa scattare la caccia alla donna. Spielberg gestisce questa doppia struttura con un montaggio alternato che è un vero e proprio orologio svizzero: la tensione cresce un pezzo alla volta, con una fotografia incredibile che gioca sui toni freddi e desaturati della Virginia militarizzata contro le luci calde ma perennemente inquietanti del Kansas rurale, dove la minaccia sembra nascondersi dietro ogni singola inquadratura.
Il cast
La vera forza della pellicola però sta tutta nel focus millimetrico sul cast e sulle incredibili dinamiche psicologiche che si creano tra i personaggi in fuga. Josh O’Connor, che interpreta Daniel, fa un lavoro di sottrazione enorme, trasmettendo perfettamente l’ansia, la stanchezza e la debolezza di un uomo comune che ha in mano una bomba a orologeria fatta di informazioni e non ha i mezzi per difendersi da un titano governativo. Ma la vera rivelazione assoluta è Emily Blunt nei panni di Margaret: la sua discesa nei meandri della telepatia e dell’empatia forzata è resa sullo schermo in modo quasi fisico, doloroso. Non aspettatevi la classica eroina da cinecomic che si diverte con i suoi nuovi poteri; qui ogni volta che Margaret subisce queste visioni o tenta di influenzare psicologicamente gli inseguitori per salvarsi la pelle, vedi la sofferenza vera, lo sforzo cerebrale e il terrore nei suoi occhi. E lo scontro psicologico a distanza che si genera quando il villain Scanlon usa macchinari all’avanguardia basati sulla tecnologia aliena per creare un legame psichico con le persone vicine a Daniel è una delle cose più disturbanti e riuscite del cinema spielberghiano recente. C’è una fisicità cruda, sporca, che si riflette anche nelle scene d’azione puramente fisiche: gli inseguimenti, i tentativi di cattura negli ospedali o negli hotel e i salvataggi all’ultimo secondo sui treni in corsa sono girati con una brutalità vecchia scuola, priva di quel digitalone finto e lucido che purtroppo ammorba la stragrande maggioranza dei blockbuster contemporanei. Qui senti il peso della lamiera, il sudore, la paura reale dei protagonisti di non farcela.
Il confronto con lo Spielberg di ieri
Se lo confrontiamo con il passato dello stesso regista, Disclosure Day si presenta come una specie di enorme, lucido e forse cupo atto di pentimento artistico. In capolavori come Incontri ravvicinati del terzo tipo o nello stesso E.T., Spielberg guardava al cielo stellato con uno stupore quasi religioso, con un ottimismo fanciullesco straordinario dove il contatto con l’ignoto era sinonimo di meraviglia, crescita e connessione spirituale positiva. Qui invece il regista rinnega totalmente quel sentimentalismo lirico della sua giovinezza per abbracciare una visione cinica, quadrata e profondamente paranoica che ricorda molto di più le atmosfere glaciali di Arrival di Denis Villeneuve o lo spessore claustrofobico di Minority Report. L’idea che il fenomeno extraterrestre sia legato a esperimenti oscuri, a insabbiamenti storici che durano dal dopoguerra e a un controllo sotterraneo della nostra intera esistenza toglie ogni briciolo di poesia alla fantascienza. Splendida e inquietante a livello psicologico è la sequenza in cui Daniel e Margaret entrano in contatto con un gruppo di ex dipendenti ribelli guidati dall’enigmatico Hugo Wakefield, che si nascondono in un magazzino dove è stata ricostruita in modo artificiale la casa d’infanzia della donna per aiutarla a scavare nei suoi ricordi repressi. Lì il film abbandona temporaneamente il ritmo da thriller per flirtare apertamente con il dramma psicologico puro e con la decostruzione della memoria, rallentando il ritmo per scavare a fondo nella lore e nel mistero che avvolge le vite dei due fuggiaschi fin da quando erano bambini.
Cosa dice la critica
La critica italiana si è divisa. Su i400Calci Nanni Cobretti parla di semplificazioni di sceneggiatura e trova datata l’idea di correre in uno studio TV per mandare in onda un video, oggi che basta un social. Nella stessa recensione Ornella Van Helsing trova la prima ora piena di spiegoni e gli alieni grigi poco originali. Esquire ha raccolto anche i giudizi esteri: per Nicholas Barber della BBC è un thriller d’azione fiacco e già visto, mentre Peter Bradshaw sul Guardian nota un calo di emozione quando l’alieno finalmente si vede (qui il riepilogo).
Quindi, ci vai o no?
A conti fatti, tutta la macro-sequenza finale all’emittente televisiva, con i protagonisti che tentano di mandare in onda le prove definitive in mezzo a un dispiegamento di forze governative pronte a tutto pur di spegnere il segnale, è una sequenza da manuale del cinema di fantascienza. Spielberg non ci concede mai, in nessun momento, una redenzione facile o un lieto fine con le astronavi che salutano nel cielo per mandare tutti a casa tranquilli. Ci sbatte in faccia la tensione pura di un mondo attonito davanti agli schermi e la consapevolezza che, una volta superata quella linea, niente sarà più come prima per il genere umano. Esci dalla sala con i nervi a fior di pelle, la colonna sonora orchestrale ancora in testa e un senso di profonda inquietudine che ti spinge a guardare persino gli animali che incontri per strada con il dubbio atroce che la realtà sia molto diversa da quella che ci hanno raccontato.
Scheda
| Titolo | Disclosure Day |
| Regia | Steven Spielberg |
| Cast | Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Colman Domingo, Eve Hewson |
| Durata | 146 minuti |
| Uscita | giugno 2026 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Voto | 7/10 |
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