The Odyssey di Christopher Nolan… io raga non so davvero da dove iniziare, ho ancora gli occhi sgranati e la testa che mi gira per il bombardamento visivo e sonoro che ho subito in sala. Quando si è iniziato a parlare del fatto che Nolan voleva adattare l’Odissea di Omero con un budget da 250 milioni di dollari e, soprattutto, girandolo interamente per la prima volta nella storia con quelle nuove cineprese IMAX 65/70mm sviluppate apposta… beh, io per primo ho pensato “questo è un pazzo furioso”. C’era un’ansia pazzesca in giro, inutile fare finta di niente, specialmente dopo i trailer che avevano scatenato polemiche infinite sui social per il casting, le scelte dei costumi e quel sapore di anacronismo che sembrava quasi un insulto al poema classico. Temevo la solita tamarrata hollywoodiana mascherata da cinema d’autore, quel classicismo finto e pomposo stile Troy che oggi fa solo ridere.
E invece? Invece ti siedi in sala, si spegne la luce, parte quel prologo devastante sul Cavallo di Troia che ti mozza il fiato e capisci subito che Nolan ha preso il mito e lo ha piegato alle sue personalissime, malatissime regole del gioco. Non è il solito polpettone storico con le toghe pulite e gli dei che lanciano i fulmini in CGI. È un’odissea brutale, sporca, bagnata dal sangue e dal fango, un survival movie cosmico e psicologico dove il viaggio di ritorno a casa diventa una discesa negli abissi della follia e del tempo che logora l’anima. La regia di Nolan qui raggiunge vette di una monumentalità fisica che definire impressionante è dire poco, raga. Hoyte van Hoytema alla fotografia fa una roba che andrebbe studiata nelle scuole di cinema per i prossimi cinquant’anni. L’uso dell’IMAX nativo non è un semplice sfizio tecnico per far pagare di più il biglietto: senti proprio lo spazio che ti schiaccia, la vastità spaventosa del mare aperto e la claustrofobia delle caverne o delle isole sperdute.
Il viaggio decennale di Ulisse viene spezzato e rimontato con quella tipica struttura temporale non lineare che Nolan adora e che qui serve a farti percepire il peso dei dieci anni di totale isolamento e disperazione. Gli incontri con i mostri del mito, da Polifemo alle Sirene, sono girati con un taglio quasi horror, sporco, realistico, dove gli effetti pratici si fondono con una CGI invisibile e pesantissima. E il sound design firmato da Ludwig Göransson… che ve lo dico a fare. Ogni onda che si infrange sulla chiglia di legno sembra un colpo di cannone, i canti delle Sirene ti entrano nel cervello con delle distorsioni sonore che ti fanno salire un’ansia pazzesca e i silenzi della discesa nell’Ade ti vibrano dritto nello stomaco, creando una tensione fisica che non ti dà un attimo di tregua per quasi tre ore di pellicola.
Ma parliamo del cast, perché qui c’era il rischio più grande di crollo e invece le interpretazioni sono una bomba atomica. Matt Damon nei panni di un Ulisse invecchiato, logorato dalla guerra e dai sensi di colpa per gli inganni perpetrati a Troia, fa un lavoro pazzesco di pura intensità fisica e psicologica. Non è il classico eroe senza macchia, è un uomo egoista, ossessionato dal ritorno ma anche terrorizzato da quello che troverà ad Itaca, e Damon gli dona uno sguardo disperato che ti si pianta dentro. E che dire del resto del cast? Tom Holland nel ruolo di Telemaco che cerca di resistere a Itaca all’assedio viscido dei Proci trasmette una fragilità e una determinazione incredibili, mentre Zendaya e Charlize Theron nei panni delle figure mitologiche che tentano di trattenere o sviare l’eroe sono magnetico-inquietanti, bellissime ma fredde come il marmo. Persino la scelta bizzarra di Travis Scott come aedo che narra le gesta nell’ombra, che sulla carta sembrava una follia da marketing selvaggio per i giovani, inserita in quel contesto tribale e fuori dal tempo funziona in modo pazzesco e dà al film un’atmosfera quasi lisergica, ancestrale.
Se facciamo un confronto spietato con il poema originale di Omero, Nolan fa un’operazione di decostruzione pazzesca ma incredibilmente rispettosa nello spirito. Prende la struttura archetipica del ritorno e dell’attesa, che poi sono i temi che attraversano tutto il suo cinema da Memento a Interstellar passando per Inception, e la depura da ogni retorica scolastica. Se in Interstellar il viaggio nello spazio era un modo per sconfiggere il tempo e riabbracciare la propria famiglia, qui il viaggio di Ulisse è la constatazione amara che il tempo non si può sconfiggere e che ogni fermata, ogni tentazione da Circe a Calipso, è un pezzo di umanità e di giovinezza che si perde per sempre. Sotto questo aspetto The Odyssey si avvicina tantissimo alla glaciale desolazione di Oppenheimer, dove le conquiste venivano pagate con l’autodistruzione morale, solo che qui la tragedia è tutta intima, legata al prezzo devastante che un uomo deve pagare per riprendersi la propria vita e il proprio trono.
Certo raga, come in ogni opera di Nolan non è che sia tutto perfetto eh, inutile fare i fanboy ciechi. La durata di quasi tre ore a un certo punto si fa sentire tutta e la sceneggiatura nella parte centrale della narrazione subisce una brusca frenata di ritmo. Quando il film si concentra sulle dinamiche politiche e psicologiche della resistenza di Penelope ad Itaca o su alcuni passaggi più riflessivi della prigionia di Ulisse, il montaggio alternato rallenta e diventa un po’ troppo verboso, perennemente concentrato a spiegare la filosofia del tempo e della memoria tramite dialoghi fin troppo densi che rischiano di spezzare l’adrenalina delle sequenze d’azione precedenti. Se in quel blocco lì non siete totalmente sintonizzati sul mood tragico e crepuscolare del film, vi garantisco che vi sale un abbiocco pesante sulla poltrona del cinema e rischiate di perdere la bussola prima del grande finale.
Però poi quando arriva il climax finale ad Itaca… vabbè, lì crolla tutto e ti ritrovi ad assistere a una delle sequenze di vendetta e risoluzione più brutali, tese e registicamente sontuose della storia recente del cinema. Nolan non ti regala la scappatoia facile o la carezza rassicurante del ritorno felice alla normalità; ti sbatte in faccia la violenza fredda della restaurazione del potere e il trauma di un uomo che, pur avendo riconquistato la sua terra, capisce di essere ormai un estraneo per le persone che ama. Esci dalla sala stanco, emotivamente svuotato, con le orecchie che ancora fischiano per le percussioni ossessive di Göransson e con lo sguardo perso nel vuoto come se fossi appena sbarcato anche tu da quella zattera di legno in mezzo alla tempesta.

