Sono andato a vedere Whalefall in anteprima al Festival del cinema di Roma, e te lo devo raccontare, perché è uno di quei film che appena senti la trama pensi “ma davvero?”. Un ragazzo si immerge in mare, una balena se lo mangia e lui deve uscire da lì prima di finire l’ossigeno. Fine. Detta così sembra la versione horror di Pinocchio, e un po’ lo è. Però dietro c’è più roba di quanto sembri.
Di cosa parla Whalefall
Il protagonista si chiama Jay, interpretato da Austin Abrams (quello di Resident Evil). Suo padre era un sub, uno tosto, di quelli che il mare lo conoscono a memoria. Solo che il padre muore e il corpo non viene mai ritrovato. Jay, che con lui non aveva un gran rapporto, decide di andare a cercarlo da solo, giù al largo della California. E lì sotto succede il patatrac: un capodoglio, che stava inseguendo un calamaro gigante, apre la bocca e si porta via pure lui.
Da quel momento Jay ha più o meno un’ora di bombola. È al buio, dentro lo stomaco di un animale enorme, e l’unica cosa che ha in mano sono le cose che gli ha insegnato quel padre con cui litigava sempre. Il padre, nei ricordi, è Josh Brolin. E già lì uno dice: va bene, ci sto.
Il film viene da un romanzo di Daniel Kraus uscito un paio d’anni fa, e Kraus ha scritto la sceneggiatura insieme al regista, Brian Duffield. Duffield non so se ti dice qualcosa, ma ha fatto No One Will Save You, quel film con gli alieni dove la protagonista praticamente non parla mai. Uno che sa tenerti incollato alla sedia con poco, insomma. E qui di “poco” ce n’è parecchio: un personaggio, uno spazio chiuso e un orologio che va avanti.
Partiamo da quello che mi è piaciuto
Partiamo da quello che mi è piaciuto, perché alla fine mi è piaciuto, eh.
L’ansia. Ti giuro, l’ho sentita dall’inizio alla fine. Non c’è un momento in cui ti rilassi davvero, perché sai sempre che quell’ora sta finendo e lui è ancora lì dentro. Io ero lì sulla poltrona tutto rigido, e a un certo punto mi sono accorto che stavo trattenendo il fiato pure io. Se soffri un minimo quando sei in ascensore, preparati, perché questo film te la fa pagare.
Poi Abrams e Brolin. Bella coppia, davvero. Funzionano insieme, si crede che siano padre e figlio, con tutto quel misto di affetto e di cose non dette che c’è in tanti rapporti così. E pensa che Abrams passa quasi tutto il film con la maschera da sub in faccia e il respiratore in bocca. Gli rimangono gli occhi e il fiato, praticamente, eppure il film lo regge. Brolin fa Brolin, cioè il padre burbero che però ti vuole bene a modo suo, e gli viene benissimo. Quando sono in scena tutti e due, il film ha un’altra marcia.
Dove zoppica
Adesso però ti dico dove secondo me zoppica, perché non è tutto rose e fiori.
I flashback col padre. All’inizio funzionano, ti fanno capire chi è Jay e perché è finito lì sotto. Però a un certo punto diventano troppi. Tu sei lì in apnea con lui, col cuore a mille, e all’improvviso il film ti tira fuori dalla balena e ti porta in una scena di famiglia. Una volta va bene, due pure, ma poi rallentano tutto. È un peccato, perché il rapporto tra i due è proprio la parte che dovrebbe darti il colpo al cuore, e invece in certi momenti ti ritrovi a pensare “dai, torniamo dentro”.
E poi il finale. Senza dirti niente, ovviamente. Diciamo solo che è troppo sdolcinato. Capisco dove volevano andare a parare, la storia del padre e del figlio deve chiudersi in qualche modo, però l’hanno caricata troppo. Dopo tutto quel tempo passato a sudare freddo, mi aspettavo una chiusura più asciutta. Invece a un certo punto ho avuto la sensazione che il film volesse a tutti i costi farmi piangere, e quando lo senti così tanto, la lacrima non scende. Anche perché, diciamolo, stiamo parlando di un tizio mangiato da una balena: un po’ di leggerezza in più non avrebbe guastato.
Quindi, ci vai o no?
Quindi, alla fine, ci vai o no? Io ti dico di sì, se ti piacciono i film dove stai tutto il tempo con le unghie nel bracciolo. Tipo 127 ore, o Buried, quello di Ryan Reynolds chiuso nella bara. È quel genere lì, con un’idea folle presa sul serio. Se invece cerchi un dramma familiare che ti spacca il cuore, rischi di uscire un po’ tiepido, perché proprio quella è la parte più debole.
Scheda
| Titolo | Whalefall – Nella balena |
| Regia | Brian Duffield |
| Sceneggiatura | Brian Duffield e Daniel Kraus (dal romanzo di Kraus) |
| Cast | Austin Abrams, Josh Brolin, Jane Levy, Elisabeth Shue |
| Durata | 106 minuti |
| Visto | in anteprima al Festival del cinema di Roma |
| Voto | 6,5/10 |
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