Quando sono uscito dalla Sala Grande al Lido, durante la Mostra di Venezia, avevo ancora in testa il contrasto assurdo tra due cose: le musiche di Hank Williams che gracchiano da una radio a transistor e le teste gigantesche dei moai dell’Isola di Pasqua illuminate da una luce radente, quasi violenta. Intorno a me la gente parlava solo della Coppa Volpi a John Malkovich. E avevano ragione da vendere: era scontata dal primo minuto in cui lo vedi barcollare sullo schermo. Ma la vera sorpresa, quella che ti lascia stordito mentre cammini sul lungomare con il badge al collo, è come Martin McDonagh sia riuscito a prendere la merda più nera della storia contemporanea — l’inizio dell’Operazione Condor, il golpe cileno del ’73 contro Allende, mezzo secolo di schifezze della CIA — per trasformarla in una tragedia umana buffa, disperata, piena di risate che ti si piantano a metà della gola.
Di cosa parla Wild Horse Nine
Chiunque conosca il cinema di McDonagh, da In Bruges a Gli spiriti dell’isola, sa bene che il tipo è ossessionato da due cose: gli spazi chiusi (o le isole remote da cui non si può scappare) e i legami tossici tra uomini testardi che si distruggono a vicenda. Qui alza il tiro in un modo spudorato. Prende due funzionari dell’intelligence statunitense e li spedisce dall’altra parte del mondo con una scusa ridicola: ferie pagate dall’Agenzia. Solo che non sono turisti normali. Chris (Malkovich) è un dinosauro, una leggenda nera dell’establishment, uno di quegli uomini grigi che negli anni Cinquanta e Sessanta hanno rovesciato governi democratici senza battere ciglio, con la calma burocratica di chi timbra il cartellino. Il problema è che adesso Chris sta morendo, ha la testa che perde colpi a causa dell’Alzheimer e, soprattutto, ha smesso di avere paura delle conseguenze. Ha cominciato a registrare la sua voce su vecchi nastri magnetici per raccontare tutto il marcio che ha visto e fatto, e quando incontra gente a caso in aeroporto si mette a spifferare segreti di Stato come se stesse commentando il meteo del fine settimana.
Accanto a lui c’è Lee, interpretato da un Sam Rockwell che fa un lavoro monumentale, tutto giocato in sottrazione. Lee è il partner più giovane, l’uomo della diplomazia, quello che cerca sempre di tenere insieme i cocci. Ha ricevuto un ordine perentorio dal loro supervisore MJ (Steve Buscemi, che quando fa la carogna viscidissima non ha rivali al mondo): deve controllare Chris, farsi consegnare quelle cazzo di registrazioni e neutralizzare la bomba a orologeria prima che esploda in faccia alla Casa Bianca. Ed è proprio su questo attrito tra la lealtà fraterna e l’ordine di tradire che il film costruisce una tensione dolorosissima.
Regia e atmosfera
Visivamente il film è spiazzante. Ti aspetteresti un thriller di spie con montaggio serrato, pedinamenti e sparatorie al cardiopalma. Invece no. McDonagh si ferma. Usa campi lunghissimi, lascia che il vento dell’Oceano Pacifico spettini i capelli finti dei protagonisti e piazza questi due assassini incravattati in mezzo ai siti archeologici polinesiani. I moai stanno lì, enormi, muti, impassibili, a guardare l’arroganza ridicola dell’impero americano che crolla sotto il peso delle sue stesse menzogne. Ci sono scene in cui ridi apertamente, perché i dialoghi hanno la consueta cadenza teatrale al vetriolo, battute secche, litigi sul nulla, incomprensioni grottesche degne del miglior teatro dell’assurdo. Ma sotto la farsa c’è un rigurgito di colpa storica che fa male.
Malkovich e Rockwell
Malkovich è in uno stato di grazia che non gli si vedeva da almeno vent’anni. Dimenticatevi le particine svogliate degli ultimi tempi nei direct-to-video; qui c’è un gigante che recita con tutto il corpo. Il suo Chris è un mostro patetico eppure di una vulnerabilità disarmante: un vecchio che ha sparato a presidenti e finanziato massacri, ma che passa le mattinate a salvare con cura le falene cadute sul davanzale della finestra della sua stanza per rimetterle nell’erba. La dinamica con un cavallo selvaggio dell’isola, che diventa una sorta di alter ego muto di questa sua vecchiaia randagia, regala al film momenti di un lirismo ruvido e mai melenso. C’è una frase che pronuncia a metà pellicola, parlando proprio della propria esistenza al servizio di una patria che ora lo vuole morto, che sintetizza l’intero film: “Un cavallo da combattimento che nasce nella cavalleria e muore con gli indiani”. Lì dentro c’è tutta l’illusione marcia del sogno americano, la presa di coscienza tardiva di chi capisce di essere stato solo un ingranaggio sacrificabile nel tritacarne geopolitico.
Rockwell gli fa da controcanto perfetto. Se Malkovich è il fulmine, Rockwell è il parafulmine che assorbe ogni scossa. Ci sono primi piani in cui non dice una sola battuta, ma vedi nei suoi occhi il terrore di dover scegliere tra il proprio dovere verso la patria — e verso la propria famiglia rimasta a casa — e l’affetto profondo per questo vecchio mentore pazzoide che non si ricorda neanche più che giorno sia. È un’alchimia rara, di quelle che al cinema capitano solo quando due interpreti straordinari si fidano ciecamente l’uno dell’altro e della pagina scritta.
La colonna sonora
La colonna sonora di Carter Burwell è l’ennesimo colpo di genio: minimalista, malinconica, si insinua nelle crepe dei silenzi senza mai dirti cosa devi provare, lasciando che siano il rumore dell’oceano e le note spezzate del country d’epoca a dettare il ritmo funebre della storia.
Quindi, ci vai o no?
Non è un film accomodante. Non ti dà la pacca sulla spalla e non cerca il perdono facile per personaggi che, sul piano etico, non meritano alcuna redenzione. Ma riesce nell’impresa di guardare nell’abisso con una tenerezza crudele che ti stringe il petto. Quando uscirà in sala il 5 novembre con Disney, non aspettatevi il solito film di spionaggio patinato: andateci sapendo che vi ritroverete davanti a una ballata crepuscolare, ferocissima e disperata, sull’amicizia virile e sulla fine di un mondo che ha confuso la libertà con la prevaricazione. Uno dei picchi assoluti di questa stagione cinematografica.
Scheda
| Titolo | Wild Horse Nine |
| Regia | Martin McDonagh |
| Cast | John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Parker Posey, Tom Waits |
| Musiche | Carter Burwell |
| Durata | 118 minuti |
| Uscita in Italia | 5 novembre 2026 |
| Distribuzione | Walt Disney |
| Voto | 9/10 |
Leggi anche: Digger · L’estranea · The Odyssey
