L’estranea (The spiral) – Recensione

La famiglia protagonista in una scena di L'estranea

Venezia è finita, le passerelle le hanno smontate e la gente è tornata a casa, ma io sto ancora pensando a L’estranea. Dico sul serio. Durante il festival ti sciroppi una quantità tale di proiezioni che alla fine sei stordito, molti titoli dopo due giorni te li sei già scordati, cancellati. Questo no. Il film di Paolo Strippoli mi è rimasto piantato sullo stomaco e non se ne va. Chi si aspettava un bis di Piove, con tutto quel sangue e la melma che colava dai muri, sarà rimasto di sasso. Qui il sangue c’entra poco o niente: è un dramma familiare nero, un patto col diavolo che dura quasi trent’anni e ti toglie il fiato a furia di sensi di colpa e porte chiuse.

Di cosa parla L’estranea

La trovata di partenza è semplice ma ti mette subito un’angoscia addosso non da poco. C’è questo temporale assurdo su Roma, piove a dirotto, e Anna va a trovare la figlia Alice. Non si vedono per un caffè o per fare due chiacchiere: Anna è lì per sputare fuori tutto il marcio che si è tenuta dentro per ventisei anni. Si torna indietro fino al 1999, a Bari. Famiglia ricca, villa, tutto perfetto all’apparenza. Poi la bambina, Alice, viene sbranata dal cane di casa. Una scena tremenda. I medici stanno per amputarle la gamba e la madre va completamente fuori di testa. Ed è lì che spunta l’Estranea.

Partiamo da quello che mi è piaciuto

Valeria Bruni Tedeschi in questa parte fa letteralmente spavento. Non ha trucchi prostetici, non fa versi, non è un mostro dei fumetti. È una donna vestita normale che parla con una calma glaciale e ti propone una roba da brividi: la gamba di Alice si salva, la bambina tornerà a camminare come prima, ma in cambio Anna deve sacrificare l’altro figlio, Tobia. Un baratto mostruoso. E Anna, ossessionata dall’idea di dover controllare tutto e non poter accettare che il caso o la sfortuna le abbiano rovinato la figlia perfetta, accetta. Firma la sua condanna a morte emotiva.

Strippoli divide tutto il film in quattro atti più un epilogo a parte. E meno male che fa così, perché ti fa sentire proprio il peso degli anni che passano. Non c’è fretta. Vedi questa famiglia che piano piano si disfa dall’interno. Adriano Giannini fa il marito ed è bravissimo a fare la parte dell’uomo borghese che preferisce fare finta di non vedere, che si rifugia dietro il lavoro e le solite frasi fatte pur di non ammettere che c’è qualcosa di marcio sotto il pavimento.

Poi c’è il salto temporale al 2006, nel secondo atto, e quella scena lì dentro me la ricorderò per un pezzo. Fuori c’è l’Italia che vince i Mondiali, la gente impazzita per strada, bandiere, trombe, casino ovunque, tutti ubriachi di gioia. E in mezzo a questo delirio c’è Jasmine Trinca dentro la macchina, disperata, che vaga nel traffico per cercare Alice e dirle una cosa che non si può nemmeno pensare senza vomitare. Quel contrasto tra la festa di tutti e l’inferno personale di questa madre è una delle cose più potenti viste quest’anno al cinema.

Jasmine Trinca qui secondo me fa una delle sue prove migliori in assoluto. La vedi proprio deperire, consumarsi fotogramma dopo fotogramma. Ha sempre questa tensione addosso, le labbra strette, lo sguardo di una che sa che prima o poi qualcuno verrà a bussare alla porta per farsi dare quello che le spetta. E la figlia, interpretata da Romana Maggiora Vergano, le tiene testa alla perfezione. La Vergano ha questa faccia pulita che però si incrina man mano che capisce che la sua vita, il fatto stesso che lei stia in piedi su due gambe, poggia sulla distruzione di suo fratello. È un peso insopportabile.

La musica di Robin Coudert poi fa un lavoro quasi invisibile ma ti martella il cervello, segna i cambi d’epoca e ti fa salire un’ansia continua anche quando i personaggi stanno solo mangiando un piatto di pasta. Perché la paura vera nel film non viene dai salti sulla sedia, ma dalla consapevolezza che da quel debito non si scappa. L’Estranea non ha fretta. Sa che il contratto è valido e aspetta il momento giusto per passare all’incasso.

Il finale

Il quarto atto chiude la morsa e poi arriva l’epilogo. Niente spiegoni, niente colpi di scena assurdi per fare i furbi col pubblico. Una chiusura secca, amara, che ti fa uscire dalla sala col magone e ti fa fare una domanda terribile: ma io, al posto suo, cosa avrei fatto? Fino a dove ci spingiamo pur di non accettare che la vita a volte fa schifo senza un perché?

Quindi, ci vai o no?

Insomma, per me è uno dei vertici di Venezia quest’anno. Un film coraggioso, nerissimo, che non cerca di piacerti a tutti i costi. Esce al cinema l’8 ottobre: se avete voglia di una roba tosta che vi scavi dentro, andateci a colpo sicuro.

Scheda

TitoloL’estranea
RegiaPaolo Strippoli
CastJasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini
MusicheRobin Coudert
Durata115 minuti
Uscita in Italia8 ottobre 2026
Distribuzione01 Distribution
FestivalIn concorso a Venezia 83, candidato italiano agli Oscar 2027
Voto8/10

Leggi anche: Wild Horse Nine · Backrooms · Due Spicci