Digger – Recensione

Un uomo in giacca rossa a braccia aperte davanti a un'aula gremita in Digger

C’è un momento preciso, verso l’inizio di Digger, in cui capisci che il film che stai per vedere non assomiglia a nulla di ciò a cui Tom Cruise ci ha abituato nell’ultimo decennio. Dimenticatevi l’eroe indistruttibile che corre a perdifiato sulla carlinga di un aereo o che si getta con la moto da un burrone: qui l’attore più disciplinato del pianeta si presenta stempiato, coi capelli brizzolati, la pancia appesantita da anni di lussi indisturbati e un accento sudista sbavato, impastato di arroganza petrolifera. È Digger Rockwell, il magnate più potente e detestabile del globo, convinto che il mondo giri attorno al suo conto in banca e che la realtà debba sempre chiedere scusa a lui.

Di cosa parla Digger

La scintilla del film è una premessa paradossale e nerissima: una trivellazione disastrosa condotta dalla sua compagnia provoca una catastrofe ambientale senza precedenti. E quando persino il Presidente degli Stati Uniti (un grottesco, monumentale John Goodman) bussa alla sua porta per chiedergli conto del disastro, Rockwell non prova il minimo rimorso. Al contrario: trasforma l’apocalisse nella sua più grande operazione di pubbliche relazioni. Si mette in testa di dover dimostrare all’umanità intera di essere l’unico uomo capace di salvare il pianeta dalla tragedia che lui stesso ha innescato.

A dieci anni da The Revenant, Alejandro González Iñárritu torna dietro la macchina da presa e, insieme agli sceneggiatori di Birdman, piazza un colpo spiazzante: una satira al vetriolo, feroce e priva di qualunque salvagente morale, una via di mezzo tra Il dottor Stranamore e Succession. Aiutato dall’occhio magistrale di Emmanuel Lubezki — che gira in 35mm e VistaVision alternando visioni cosmiche notturne a un fondo oceanico che ribolle come una ferita purulenta — il regista non firma un sermone ecologista da conferenza. Fa molto di peggio: mette in scena una farsa tragica in cui gli esseri umani continuano a litigare per spartirsi le briciole del potere mentre la Terra sotto i loro piedi sta letteralmente collassando.

Partiamo da quello che mi è piaciuto

Tom Cruise è sbalorditivo. È una delle prove più coraggiose della sua carriera perché mette a nudo e ridicolizza proprio il suo archetipo cinematografico: il complesso del salvatore a ogni costo. Il suo Rockwell è un megalomane, ridicolo, capace di manovrare equilibri geopolitici e al contempo di perdere ore a curare ossessivamente un gatto malaticcio per darsi un tono di umanità a cui nessuno crede.

Attorno a lui si muove un cast in stato di grazia: Sandra Hüller (la sorellastra e socia d’affari Emma) gli fa da controcanto glaciale, Jesse Plemons e Riz Ahmed portano in scena il disincanto di chi si ritrova incastrato nel delirio di un miliardario intoccabile, mentre Michael Stuhlbarg incarna perfettamente la mediocrità viscida delle stanze del potere.

Quindi, ci vai o no?

Digger dividerà, non è un film per tutti. Non è un blockbuster consolatorio, né la solita commedia che ti lascia andare a casa col sorriso leggero. È un’opera densa, caustica, a tratti sgradevole e per questo necessaria, che si prende gioco delle nostre illusioni collettive con una cattiveria che al cinema mancava da tempo. Se cercavate l’ennesimo show muscolare di Ethan Hunt rimarrete spiazzati; se invece volevate vedere un gigante del cinema d’autore spogliare l’ego dell’America contemporanea davanti a una cinepresa, Digger è una visione obbligata.

Scheda

TitoloDigger
RegiaAlejandro González Iñárritu
CastTom Cruise, Sandra Hüller, Jesse Plemons, Riz Ahmed, John Goodman
FotografiaEmmanuel Lubezki
Durata129 minuti
Uscitaottobre 2026
Voto7/10

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