It Ends recensione e finale spiegato: la strada che non finisce

Immagine ufficiale di It Ends, l'horror di Alex Ullom al cinema con I Wonder Pictures

Ho visto It Ends in anteprima, e ti dico subito una cosa: questo non è il solito horror da sabato sera con gli amici. È un film d’atmosfera, che punta tutto sulla tensione. Esce oggi, 28 ottobre, nei cinema italiani con I Wonder Pictures, e stasera passa anche alle Notti Horror di Lucca Comics.

Il regista è Alex Ullom, al primo film. Non so se ti dice qualcosa il nome, ma la storia di come l’ha girato merita: circa 80mila dollari in tutto, attori trovati con un post su Instagram, il mix audio fatto in casa. In America è diventato un piccolo caso, con il 93% di recensioni positive su Rotten Tomatoes.

In questo pezzo trovi prima la recensione di It Ends, senza spoiler. Hai già visto il film? Vai alla spiegazione del finale — attenzione: spoiler.

Di cosa parla It Ends

Quattro amici appena usciti dal college. James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson) e Fisher (Noah Toth) salgono in macchina con Tyler (Mitchell Cole), che non vedevano da un anno. Giro in auto a tarda notte, chiacchiere a caso, tipo chi vincerebbe in una lotta tra due animali. Poi una strada in mezzo al bosco.

Tyler prova a fare inversione e dietro di loro, dove c’era la strada, adesso c’è un muro di alberi. Appena scende a controllare, dal bosco esce una folla di persone che si butta sulla macchina e implora di entrare. Scappano. E la strada, da lì in avanti, non finisce più.

La benzina non scende mai, non hanno fame, non hanno sonno. Se si fermano hanno 90 secondi prima che arrivino quelli del bosco. E allora guidano. Per giorni, settimane, centinaia di migliaia di miglia.

Partiamo da quello che mi è piaciuto

L’atmosfera. È la prima cosa che ti resta addosso. Una macchina, quattro ragazzi, una strada e un bosco che non finiscono mai. Detta così sembra niente, e invece funziona.

Poi la tensione. Quella regola dei 90 secondi è una trovata semplicissima, ma ogni volta che si fermano la tensione sale. Non servono mostri strani o effetti speciali: bastano il bosco, il buio e quella gente che può uscire da un momento all’altro.

E poi il budget, che per me è un punto a favore. Con 80mila dollari Ullom ha tirato fuori un film che sta in sala accanto a produzioni che costano cento volte tanto. Lui stesso ha raccontato di aver montato il film in un piccolo appartamento diviso con altri tre ragazzi, e che gli sembrava di stare chiuso dentro quella macchina. E quella sensazione di stare chiusi lì dentro si sente.

Dove zoppica

Il ritmo. Dalla parte centrale in poi il film rallenta parecchio, e lì fa fatica a tenerti attaccato allo schermo come all’inizio. È una scelta, perché il film parla proprio di gente bloccata in una routine infinita, ma la paghi.

E poi il finale. A me è piaciuto in parte. L’idea c’è, ma secondo me potevano fare di meglio. Non ti dico altro qui, ne parliamo più giù nella parte con gli spoiler.

Quindi, ci vai o no?

Dipende da cosa cerchi. It Ends è un film non per tutti. Se ti piacciono i film movimentati, con azione, salti sulla sedia e colpi di scena ogni dieci minuti, lascia perdere: non fa per te.

Se invece ti piacciono gli horror d’atmosfera, quelli che costruiscono la tensione piano piano e ti lasciano qualcosa su cui ragionare, dagli una possibilità. Il produttore, tra l’altro, è lo stesso di Backrooms. Per me è un 7.


Attenzione: da qui in poi spoiler su tutto il film, finale compreso. Se non hai ancora visto It Ends, fermati qui e torna dopo.

Come si spacca il gruppo

Già all’inizio Fisher si becca un graffio sul braccio, e la ferita guarisce anche se loro non mangiano e non dormono. Poi trovano una macchina abbandonata con il contachilometri fermo a 999.999 miglia. Lì capisci che non sono i primi, e che non se ne esce. James si convince che siano morti e che quella sia una specie di inferno, o di purgatorio.

Dopo più di 50.000 miglia Tyler molla. Decide di restare nel bosco e lascia andare avanti gli altri. È il primo che smette di cercare l’uscita.

Day e Fisher invece si adattano. Prendono oggetti dalle macchine abbandonate per passare il tempo, si costruiscono una routine fatta delle stesse chiacchiere e delle stesse soste, e ogni giorno si fanno una bella sessione di urla per sfogarsi. In pratica smettono di chiedersi dove porta la strada e iniziano a viverci sopra.

James no. James vuole capire. Quando si accorge che dal bosco non esce più nessuno è al settimo cielo, per lui è un segnale, deve voler dire qualcosa. Gli altri due non ci credono più. A 835.000 miglia Day toglie le chiavi dal quadro e insieme a Fisher gli chiede di fermarsi: per loro James si sta torturando con una speranza che non esiste. Lui si riprende le chiavi, la macchina non parte, e si accende solo quando si mette a pregare ad alta voce. Se ne va da solo. Day e Fisher restano lì, abbracciati, a piangere.

Il finale di It Ends spiegato

Oltre 1.100.000 miglia. Comincia a piovere e James, confuso, si spaventa. Poi la strada si riempie di decine di macchine abbandonate. Le supera a piedi e arriva davvero alla fine: un cerchio d’asfalto, circondato da auto di tutte le epoche, e un solo cartello con scritto “road ends”. La strada finisce. Fine.

Nessuna uscita, nessuna spiegazione, nessuna porta. James resta seduto lì per giorni. Poi torna in macchina e si mangia la barretta Clif, quella che all’inizio aveva detto a tutti di non toccare, e scoppia a piangere. Urla, rimette in moto e torna indietro. Lungo la strada trova un uomo apatico sul ciglio, lo carica in macchina e si mette a parlare con lui di quale animale vincerebbe in una lotta. E l’uomo, che fino a quel momento sembrava spento come tutti quelli del bosco, gli risponde. Chicca: quel passeggero è lo stesso Alex Ullom.

Il titolo quindi non mente: It Ends, la strada finisce davvero. Solo che alla fine non c’è niente. La risposta che James ha inseguito per un milione di miglia non esiste, e il film te lo dice nel modo più secco possibile, con un cartello.

Cosa significa il finale secondo il regista

Qui conviene ascoltare Ullom, che di It Ends ha parlato parecchio. A RogerEbert.com ha spiegato che James non riesce ad accettare che sono le persone che ama a dare senso alla vita, mentre Fisher e Day si accontentano di stare insieme. A Letterboxd ha detto che il film parla di James che accetta di dover morire e impara a godersi il tempo con i suoi amici.

Letto così, ogni pezzo del finale torna. La barretta mangiata è James che smette di tenere tutto sotto controllo e di rimandare. Tornare indietro invece di restare al cartello è la scelta di andare verso le persone e non verso una risposta. E la chiacchierata sugli animali chiude il cerchio con la prima scena: la domanda più stupida del film diventa quella che conta di più. Lo dice Ullom stesso: «Il vero limite dell’esperienza umana sono le domande senza risposta. Per molti versi, litigare su un’ipotesi stupida è la cosa più importante del mondo».

Non è una frase buttata lì. Il film nasce proprio da una cosa del genere: Ullom ha raccontato che a scuoterlo da un periodo di depressione è stato un amico che gli ha chiesto chi vincerebbe tra un gorilla e un grizzly.

E poi c’è il discorso generazionale. A Movieplayer Ullom ha raccontato di aver scritto il film tra i 18 e i 23 anni, in un momento di transizione difficile verso l’età adulta, e di aver capito col tempo che stava descrivendo una condizione comune a tanti ragazzi come lui: «un continuo movimento verso un punto interrogativo, senza le tappe tradizionali come comprare casa o mettere su famiglia». La strada è quella roba lì: guidi, guidi, e non sai verso cosa. Ullom ha anche ammesso che il personaggio più vicino a lui è proprio James: «Io sono James».

Quindi sono morti?

Il film non lo dice mai. La teoria del purgatorio è di James, e il racconto non la conferma né la smentisce. Variety l’ha paragonato a A porte chiuse di Sartre, quello dell’inferno che sono gli altri, ma Ullom ne parla piuttosto come di una metafora del passaggio all’età adulta. Le persone del bosco, i contachilometri impazziti, le macchine di tutte le epoche al capolinea raccontano soprattutto una cosa: su quella strada ci sono passati tutti, e nessuno ha trovato l’uscita.

Come ti dicevo, a me questo finale è piaciuto in parte, e secondo me potevano fare di meglio. Però il senso è chiaro: James non scappa, ma torna dagli altri.

Scheda

TitoloIt Ends (USA, 2025)
Regia e sceneggiaturaAlexander Ullom
CastPhinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth, Mitchell Cole
GenereHorror, thriller
Durata89 minuti
Uscita in Italia28 ottobre 2026, al cinema
DistribuzioneI Wonder Pictures
VistoIn anteprima
Voto7/10

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