Toy Story 5 – Recensione – Un film molto attuale

Toy Story 5… io raga non so che dire, sono scioccato, ho ancora il magone qua in gola e se ci ripenso mi viene un nervoso che ciao. Quando la Pixar se n’è uscita mesi fa con l’annuncio volevo letteralmente spaccare tutto, giuro, dicevo ecco la solita porcata commerciale della Disney per mungere la vacca, l’ennesima operazione nostalgia acchiappa-soldi che va a rovinare un finale perfetto come quello del terzo o del quarto che già era tirato per i capelli, parliamoci chiaro, avevo una paura fottuta che rovinassero tutto quanto e invece vai al cinema, ti siedi lì e appena si spengono le luci e parte quella maledetta sigla con le nuvolette sul fondo azzurro che in pratica è la nostra infanzia… niente, mi sono dovuto rimangiare tutto il veleno. Ma proprio tutto.

Stavolta hanno fatto il miracolo, ma un miracolo strano, super cupo, mica il solito filmino colorato per far ridere i bambini piccoli con Buzz che spara i laser col braccio, no, zero, questa è una roba crepuscolare, una mazzata sociologica pazzesca sull’era dei tablet e della generazione Alpha che sta dimenticando come si gioca a causa degli smartphone che li rincoglioniscono e gli azzerano l’immaginazione. Visivamente sembra un cyber-thriller da cameretta, vi giuro che Spielberg ci avrebbe fatto un film horror vero e proprio, la regia usa delle inquadrature virtuali pazzesche, fisse, che tagliano le stanze a metà e fanno salire un’ansia che non vi dico con questo contrasto continuo tra i colori caldi dei vecchi giochi di legno e questa luce bluastra, asettica, maledetta che esce dagli iPad e che illumina le facce dei ragazzini come se fossero degli zombie.

E la grafica nel 2026 fa spavento, vedi i graffi sulla plastica di Buzz, la polvere sul cappello di Woody… senti proprio il peso degli anni che sono passati su quei pezzi di plastica, una fragilità che fa quasi male fisicamente e poi l’evoluzione di Woody, parliamone, perché lì sono scoppiato, diventa una specie di leader veterano, stanco, un reduce di guerra che non capisce più il mondo in cui si trova e che, fondamentalmente, non serve più a nessuno, e le scene tra lui e Buzz non sono le solite gag sceme per far ridere la sala ma dialoghi asciutti, pesanti, tra due vecchi amici che sanno che la loro epoca è finita da un pezzo. La Pixar stavolta ha capito che il suo pubblico vero è cresciuto, ha trent’anni e passa, e ha scritto una sceneggiatura che ci tratta da adulti, finalmente, zero retorica infantile, che se i primi film erano una metafora stupenda sulla crescita e sul distacco questo quinto capitolo è una riflessione nerissima sulla solitudine moderna che a tratti mi ha ricordato le atmosfere disperate di WALL-E ma ambientato dentro casa, il che lo rende ancora più vicino e spaventoso per chiunque.

Anche se — non facciamo i ciechi — mica è perfetto eh, la parte centrale subisce una frenata di ritmo che stavano quasi per perdermi, lo ammetto, quando i giocattoli escono fuori di casa per cercare di risolvere la crisis tecnologica della famiglia la sceneggiatura si impantana un po’ e gira a vuoto, diventa ripetitiva, verbosa, piena di spiegoni su come funzionano i nuovi gadget elettronici e i giocattoli smart di oggi che tra l’altro sono scritti malissimo, super bidimensionali, e se in quel blocco lì staccate il cervello dal mood malinconico vi sale un abbiocco pesante che vi addormentate sulla poltrona, ve lo garantisco, potevano tagliare un buon quarto d’ora e il film ci guadagnava di brutto.

Però poi arriva il finale e lì crolla tutto, vi giuro, il climax dentro l’ultimo ambiente è una roba antologica, un misto di violenza emotiva e sacrificio che ti si pianta dritto nei polmoni e non ti fa respirare, senza scappatoie facili, senza pacche sulle spalle o il finale consolatorio per far tornare a casa le famiglie felici e rilassate come se niente fosse, esci dal cinema svuotato, con la colonna sonora di Randy Newman che riprende i vecchi temi storici ma li deforma in una chiave quasi tragica che ti rimbomba nelle orecchie per ore dopo i titoli di coda, un film fiero, maturo, visivamente sontuoso che chiude la bocca a tutti quelli che gridavano al disastro preventivo sui social, andateci ma portatevi i fazzoletti perché si piange forte.