The Dog Stars – Recensione

Di storie con la terra distrutta e quattro disperati che si sparano addosso ne siamo pieni. Ammettiamolo. Il genere post-apocalittico è diventato una trappola di cliché dove cambiano solo le facce degli attori. Poi però arriva Ridley Scott, prende in mano il romanzo di Peter Heller e decide di fare l’esatto contrario di quello che ti aspetteresti. Niente furia cieca, niente inseguimenti nel fango ogni cinque minuti. The Dog Stars è un film silenzioso, quasi spiazzante per quanto è calmo, dove la fine del mondo fa da sfondo a un bisogno disperato di non restare soli.

Il libro di Heller era difficile da portare al cinema. Chi lo ha letto lo sa bene: era scritto tutto in prima persona, con uno stile frammentario, frasi mezze tronche, un flusso di pensieri continuo che ti faceva entrare nella testa di un tipo rimasto isolato per quasi un decennio. Portare quella roba sullo schermo con la classica voce fuori campo avrebbe ammazzato il ritmo dopo un quarto d’ora. Scott ha fatto la scelta più intelligente: ha azzerato i monologhi e ha lasciato parlare i silenzi, i paesaggi del Colorado e i corpi degli attori. Nel libro c’era tantissimo spazio dedicato alle battute di caccia solitarie e alla pesca, mentre qui la prima parte corre un po’ di più per concentrarsi sul perimetro dell’hangar.

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Ed è proprio lì dentro che il film trova la sua linfa. Jacob Elordi nei panni di Hig è una sorpresa clamorosa. Ha tolto di dosso qualsiasi patina da divo per farsi consumare dal personaggio: pilota questo vecchio Cessna scassato del ’56 con il suo cane Jasper a bordo, si aggrappa al ricordo delle cose normali e ha uno sguardo costantemente a metà tra la rassegnazione e la speranza. A fargli da contrappunto c’è Josh Brolin nel ruolo di Bangley. Brolin è perfetto. È una roccia paranoica, un ex militare che non si fida nemmeno della sua ombra e che spara a qualsiasi cosa si muova prima ancora di capire chi sia. Due solitudini all’opposto costrette a convivere per non farsi ammazzare.

Jacob Elordi as Hig and Jasper in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

La svolta arriva quando Hig decide che restare lì a marcire non ha più senso. Capta quella voce alla radio, sale sull’aereo e va oltre il limite di carburante. Lì la storia cambia passo con l’ingresso di Guy Pearce e Margaret Qualley. Pearce interpreta Pops, un vecchio diffidente e armato fino ai denti che difende la figlia con una ferocia lucida. La Qualley porta dentro il film una luce che sembrava impossibile: tra lei ed Elordi non servono spiegoni o grandi dichiarazioni d’amore, basta la goffaggine di due persone che non si ricordano più come si parla con qualcuno senza avere il dito sul grilletto.

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Margaret Qualley as Cima in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Però i problemi ci sono, ed è inutile nasconderli. Il difetto più grosso sta nel ritmo della parte centrale. Dopo un inizio tesissimo e asciutto, quando il Cessna decolla verso l’ignoto il film tira bruscamente il freno a mano. La sceneggiatura si siede: ci sono venti minuti abbondanti in cui l’azione si impantana in dialoghi fin troppo diluiti, con la tensione che cola a picco proprio quando dovrebbe salire l’ansia per il destino del protagonista. Scott si innamora un po’ troppo dei suoi panorami montani, indugiando in sequenze di raccordo che non aggiungono nulla allo scavo emotivo e rischiano solo di far guardare l’orologio.

Anche la gestione dei pericoli esterni zoppica a tratti. Alcune minacce umane che spuntano fuori all’improvviso vengono liquidate in fretta e furia, quasi con superficialità, lasciando la sensazione che certi scontri siano stati inseriti a forza solo per ricordarci che il mondo è ancora ostile, senza un vero peso drammatico nell’economia del racconto.

Resta comunque un’opera visivamente grandiosa, con voli a pelo d’erba che tolgono il fiato e un sound design che lavora sui silenzi in modo eccellente. Non è un capolavoro perfetto, ma un film duro, sincero, che non ti prende in giro con la solita disperazione gratuita.