Coyote vs Acme recensione

Una scena di Coyote vs Acme

Se dovessi scegliere un’immagine per riassumere cosa significa sentirsi costantemente presi in giro dalla vita, sceglierei senza pensarci due volte la faccia impolverata di Willy il Coyote un secondo prima che un masso di tre tonnellate gli piombi dritto sulla nuca. Quell’attimo preciso in cui capisce che la legge di gravità ha sospeso la tregua e che l’ennesimo aggeggio comprato su catalogo ha fatto cilecca. Per decenni abbiamo guardato quel rituale ridendo come matti, assuefatti alla logica del cartone animato: il predatore si fa male, si accartoccia come una fisarmonica, torna intero nel fotogramma successivo e ci riprova. Fine della storia. Nessuno si è mai sognato di guardare davvero l’etichetta su quegli scatoloni marroni. C’era scritto ACME, a caratteri cubitali. E se guardi bene la cronologia dei suoi disastri, non c’è una sola volta in cui quei marchingegni abbiano fatto quello che prometteva il manuale. Mai.

Di cosa parla Coyote vs Acme

Coyote vs. Acme prende esattamente questa crepa logica e decide di prenderla sul serio. Non nel senso di farne un dramma serioso, per carità, ma di trattarla con la logica implacabile di una causa civile americana. L’idea risale a quel pezzo fulminante di Ian Frazier uscito sul New Yorker nel 1990, un testo che sembrava destinato a rimanere un puro esercizio di stile letterario. Portarlo su schermo lungo oltre cento minuti rischiava di essere un disastro annunciato, una di quelle baracconate allungate a forza dove l’idea iniziale evapora dopo venti minuti di sketch stiracchiati. Invece Dave Green, Samy Burch e James Gunn hanno tirato fuori qualcosa che non solo funziona, ma che ti lascia addosso una strana sensazione di calore e rivalsa.

C’è un’ironia amara che accompagna tutta la visione, ed è impossibile non pensarci: questo film è arrivato in sala per miracolo. La Warner Bros voleva letteralmente cancellarlo, vaporizzarlo dagli archivi contabili per incassare uno sgravio sulle tasse. Pensateci: una multinazionale reale che decide di sopprimere un’opera finita trattandola come mera voce di bilancio rottamabile, mentre il film racconta la storia di un perdente bistrattato che fa causa a una corporazione che considera i suoi clienti scarti sacrificabili. La realtà che copia la finzione con una sfacciataggine che nemmeno gli sceneggiatori avrebbero osato scrivere. Il fatto che un piccolo distributore come Ketchup Entertainment lo abbia salvato dal tritacarne per portarlo al cinema sembra già il primo atto di giustizia poetica.

La trama parte dal fondo. Willy, dopo l’ennesimo schianto colossale, capisce che il problema non è la sua mira e non è nemmeno la velocità inconcepibile del Road Runner. Il problema sono i contatti, le molle che scattano al contrario e i razzi difettosi. Decide di fare causa. Solo che nessun grande studio legale di Albuquerque si sognerebbe mai di mettersi contro la ACME, che controlla mezza economia globale e scoraggia i migliori avvocati del paese. L’unico disposto ad ascoltarlo è Kevin Avery (Will Forte), un avvocato di quelli che vedi sui cartelloni pubblicitari sbiaditi lungo l’autostrada, uno specialista in tamponamenti da quattro soldi e risarcimenti minimi. Kevin è un disilluso totale, uno che ha mollato le grandi speranze di fare giustizia anni fa e vive intontito dalla consapevolezza che i giganti vincono sempre.

Il cast

Accanto a lui c’è sua nipote Paige, interpretata da Lana Condor, che ha ancora quel briciolo di idealismo e grinta giovanile necessario per non gettare la spugna al primo faldone respinto. Tra Kevin e Willy non serve una sola battuta parlata. Rispettare il mutismo assoluto del Coyote, lasciandogli solo la mimica e i cartelli di cartone sventolati con rabbia o rassegnazione, è stata la scelta migliore del film. Se gli avessero appioppato una voce fuoricampo o una parlata finto-moderna avrebbero distrutto l’essenza stessa del personaggio. Invece Will Forte si trova a fare da spalla a un disegno animato con una disperazione così umana che ti dimentichi dopo due scene che uno dei due è fatto di inchiostro e pixel.

Dall’altro lato dell’aula c’è John Cena nei panni di Buddy Crane. Cena in questo genere di ruoli è diventato una sentenza: ha la mascella scolpita, il sorriso a specchio, l’abito da cinquemila dollari e quella sicurezza cieca tipica degli uomini d’affari abituati a schiacciare chiunque semplicemente pagando più avvocati della controparte. La sua difesa non è tecnica, è ideologica: la ACME non sbaglia mai; se il cliente si rompe l’osso del collo è solo perché non sa usare lo strumento. È la solita retorica tossica dell’errore umano sbandierata per coprire il risparmio criminale sui materiali.

Partiamo da quello che mi è piaciuto

A livello tecnico il film sceglie la strada più faticosa ma più nobile: il modello Chi ha incastrato Roger Rabbit. Willy è un disegno bidimensionale inserito in ambienti veri, ma interagisce fisicamente col mondo. Tocca i tavoli , riflette la luce sporca dei neon dell’ufficio legale, sposta le scartoffie, sbatte contro porte che cigolano sul serio. Non c’è quella patina plastica e slavata di tanti live-action moderni in cui gli umani recitano visibilmente fissando il nulla.

Ma la vera forza del film viene fuori quando la causa entra nel vivo e l’indagine di Kevin e Paige scopre la verità dietro i prodotti ACME: il famigerato “Progetto Sisifo”, la conferma che la multinazionale progetta consapevolmente il fallimento delle sue merci per costringere gli utenti a ricomprare all’infinito. È un modello economico grottesco ma terribilmente familiare. E il punto di svolta emotivo arriva proprio quando non te lo aspetti: non con una pagliacciata slapstick, ma con la comparsa in aula del Road Runner. Vedere lo struzzo salire al banco dei testimoni ed emettere il suo verso non come scherno, ma come deposizione sincera in difesa del suo eterno rivale, ribalta completamente settant’anni di inseguimenti. Il legame tra loro non era odio cieco: era un gioco truccato dall’alto da chi vendeva le armi per alimentarlo.

Quindi, ci vai o no?

Coyote vs. Acme non è solo una parodia riuscita o un tuffo nella memoria di chi è cresciuto coi cartoni del sabato mattina. È una satira lucidissima sul senso di impotenza del cittadino comune di fronte ai monopoli industriali. Willy non smetterà mai di essere un perdente destinato a cadere dai dirupi, ma vederlo lottare per la propria dignità insieme a un avvocato sgualcito è una delle cose più divertenti, amare e liberatorie viste sullo schermo da parecchio tempo a questa parte.

Scheda

TitoloCoyote vs. Acme
RegiaDave Green
Soggetto e sceneggiaturaSamy Burch, James Gunn
CastWill Forte, Lana Condor, John Cena
Uscita in Italia2 settembre 2026
DistribuzioneLucky Red
Voto8/10

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