Supergirl Recensione – La solita Supergirl? No! Parliamone

Mettiamoci comodi un attimo perché dopo l’anteprima e l’uscita in sala di questo nuovo capitolo dedicato a Supergirl… beh, c’è da fare un discorso lunghissimo e sviscerare una marea di roba. Diciamoci la verità con la mano sul cuore senza girarci troppo intorno: quando la Warner e i vertici della DC hanno annunciato l’ennesimo reboot con Kara Zor-El protagonista, la mia reazione — e quella di una fetta enorme di appassionati, parliamoci chiaro — è stata un misto di scetticismo misto a una stanchezza cosmica che tutti ci saremmo voluti evitare. Pensavamo tutti la stessa identica cosa, inutile negarlo ora che il film è uscito: “Ecco qua, la solita origin story patinata, il solito spiegone su Krypton che esplode, i traumi adolescenziali e la solita eroina solare che impara a usare i superpoteri salvando gattini sugli alberi”. E invece? Invece ti siedi sulla poltrona del cinema e ti ritrovi investito da un mostro di film che ribalta completamente qualsiasi stereotipo del genere, pazzesco. Perché questo mica è un cinecomic leggero per tutta la famiglia , mettetevi l’anima in pace. È un fanta-action fantascientifico brutale, sporco, quasi selvaggio, che prende il personaggio di Kara e lo spoglia di quella patina zuccherosa da fumetto classico per scaraventarlo in un’epopea di sopravvivenza spaziale che vi giuro… ti lascia con un senso di adrenalina e oppressione addosso che non respiri.

Il merito di questo miracolo visivo va in grandissima parte alla scelta della regia e alla sceneggiatura, che decide di saltare a pié pari le solite tappe tediose della ragazzina che scopre la Terra e si adegua agli umani. No, la narrazione ci sbatte subito in un contesto spietato: qui Kara non è cresciuta sotto i rifugi rassicuranti dei genitori adottivi, ma viene raccontata come un’anima ferita, cresciuta su un frammento alla deriva di Krypton, un inferno di detriti dove ha dovuto lottare ogni singolo secondo per non morire di fame o essere uccisa da minacce indicibili. Questo background così estremo permette alla macchina da presa di sposare uno stile quasi da survival movie nello spazio profondo, molto crudo, che ricorda da vicino le atmosfere glaciali e sporche della fantascienza hard-core alla Mad Max interstellare piuttosto che la classica impostazione da eroe in calzamaglia colorata. La fotografia poi… vabbè, fa un lavoro pazzesco con i contrasti cromatici: si passa dai flashback accecanti e freddi del collasso del suo pianeta natale a una gamma di colori saturi, caldi ma polverosi delle location spaziali e dei pianeti di frontiera, dove la luce sembra quasi una minaccia fisica che taglia le inquadrature a metà. E il sound design raga… che roba. Il rumore dei motori delle astronavi, il sibilo dei laser e l’impatto dei pugni quando Kara sprigiona la sua forza sovrumana ti rimbombano dritti nello stomaco, dandoti una sensazione di pesantezza e realismo fisico pazzesca.

Ma la vera bomba atomica della pellicola, quella che fa girare il motore al massimo senza farti dubitare mai della veridicità di quello che vedi, è l’interpretazione magistrale della protagonista. L’attrice fa un lavoro di una potenza espressiva devastante, c’è poco da fare. Non è la Supergirl sorridente e ingenua a cui ci avevano abituato le serie TV o le vecchie incarnazioni pop degli anni passati; lo sguardo di questa Kara è pieno di rabbia repressa, di un senso di solitudine totale e di una ferocia che ti mette quasi in soggezione quando la guardi in primo piano. La vedi muoversi sullo schermo con la pesantezza di chi porta sulle spalle il lutto di un’intera civiltà, e quando esplode nei combattimenti non c’è grazia coreografica finta, c’è solo un istinto di sopravvivenza animale. Anche il cast di supporto è gestito da dio, specialmente per quanto riguarda le figure dei mercenari e degli alleati di fortuna che incontra lungo il cammino in questa odissea spaziale. Niente macchiette comiche messe lì per alleggerire la tensione con la battutina forzata ogni cinque minuti, ringraziando il cielo; sono tutti personaggi sporchi, logorati dal vivere in una galassia dove vige la legge del più forte, e i loro dialoghi sono scritti con una cattiveria e una asciuttezza spaventose.

Se facciamo un confronto spietato con il materiale cartaceo originale — e qui la mente dei lettori di fumetti andrà immediatamente alla run pazzesca di Tom King, Supergirl: Woman of Tomorrow — il film si presenta come uno degli adattamenti più fedeli nello spirito e più coraggiosi mai tentati nell’universo DC. Il lungometraggio prende a piene mani quella specifica epopea cosmica malinconica e crepuscolare, quell’idea del viaggio di formazione inteso come una discesa negli abissi della violenza e del sacrificio per ritrovare un briciolo di speranza. Se paragoniamo questa Supergirl al Superman cinematografico del passato, la differenza è abissale e spiazzante: dove Clark Kent è cresciuto con i valori sani della campagna americana diventando un faro di moralità assoluta, Kara è una rifugiata di guerra che ha visto l’horror vero prima ancora di capire il suo posto nell’universo. Questa chiave di lettura toglie ogni briciolo di retorica al film e lo avvicina molto di più alle atmosfere di space-opera mature e polverose come Dune di Villeneuve, dove il destino del singolo si intreccia in modo indissolubile con la crudeltà dei mondi esterni.

Sia chiaro, il film non è esente da difetti e c’ha qualche sbavatura strutturale che rischia seriamente di indispettire quella parte di pubblico che al cinema ci va solo per cercare un intrattenimento leggero e scanzonato. Tutta la parte centrale del viaggio, dove il ritmo rallenta bruscamente per permettere ai personaggi di esplorare un pianeta ostile e dialogare sulle macerie del loro passato, subisce una frenata evidente, inutile girarci intorno. La sceneggiatura in quel blocco lì diventa molto densa, a tratti quasi filosofica e contemplativa sul senso della vendetta e del trauma, e se non siete entrati totalmente in sintonia con l’atmosfera cupa e disperata della storia rischiate seriamente di trovare il minutaggio un po’ pesante da digerire. Inoltre, la gestione di alcune sottotrame legate alle fazioni aliene antagoniste rimane un po’ troppo sullo sfondo, accennata ma liquidata in fretta per non togliere mai l’inquadratura dal volto della protagonista, lasciando nello spettatore una leggera sensazione di incompletezza per quanto riguarda la lore geopolitica della galassia.

Resta il fatto che tutta la macro-sequenza del climax finale, con Kara che deve prendere una decisione morale devastante mentre affronta la minaccia definitiva in un ambiente visivamente claustrofobico e spietato, è una roba antologica che si stamperà a caratteri cubitali nella storia dei cinecomic. Gli sceneggiatori non ci concedono mai, in nessun momento, una redenzione facile o un finale consolatorio con i sorrisi e le pacche sulle spalle per far tornare il pubblico a casa tranquillo e rilassato. Ti resta addosso solo una sensazione di vuoto e di immensa stanchezza fisica, la stessa che provano i protagonisti sullo schermo, accompagnata da una colonna sonora orchestrale potente, quasi tragica, che ti rimbomba ancora nelle orecchie per ore. Esci dalla sala stanco, teso, ma con la certezza assoluta di aver assistito finalmente a un film di supereroi che ha avuto il coraggio di rischiare tutto sul tono, sulla violenza emotiva e sull’estetica.