Due Spicci: Recensione a caldo

Ma che perla nascosta è Due Spicci? La serie italiana che non ti aspetti

Diciamoci la verità senza girarci intorno: quando vedi l’ennesima produzione italiana che parla di problemi di soldi, periferia e gioventù mezza sbandata, la prima reazione è quella di alzare gli occhi al cielo e pensare “ecco, la solita lagna”. E invece questa serie ti blocca sulla poltrona fin dai primi cinque minuti. Due Spicci prende tutti i cliché del dramma generazionale nostrano, li accartoccia e ci costruisce sopra una commedia nera dal ritmo forsennato, quasi claustrofobica a tratti, che sembra scritta da una mente sotto l’effetto di troppi caffè. È una boccata d’aria fresca allucinante nel panorama della nostra serialità.

La trama ha un’idea di base semplicissima ma che funziona da matti: un gruppo di ragazzi qualunque, costantemente al verde e schiacciati dalla precarietà quotidiana, si ritrova per le mani un’opportunità di guadagno assurda, ma totalmente fuori legge. La cosa fantastica è come la sceneggiatura gestisce l’effetto palla di neve. Quella che doveva essere una stupidaggine da sbrigare in un pomeriggio si trasforma in un labirinto di guai che si allarga a macchia d’olio. I dialoghi sono scritti da Dio, reali, cattivi, pieni di quella parlata dialettale sporca e spontanea che non suona mai finta o forzata come succede spesso nelle fiction tradizionali. Ti sembra proprio di stare a sentire i discorsi della gente al bar sotto casa, ma con una tensione di fondo che taglia l’aria.

Visivamente la serie c’ha una personalità pazzesca. La regia abbandona completamente quella fotografia patinata e finta da spot pubblicitario che ammorba molte produzioni recenti. Qui tutto è livido, reale, quasi documentaristico. La macchina da presa è nervosa, si muove a mano, si incolla ai volti sudati dei protagonisti e ti fa sperimentare l’ansia dei loro conti in tasca, la disperazione delle bollette da pagare e l’adrenalina delle decisioni prese all’ultimo secondo. Anche la colonna sonora ci mette il carico da novanta, con pezzi indie e rap underground che pompano nei momenti giusti e ti lasciano addosso una tachicardia pazzesca.

Il problema vero della serie però sapete qual è? Che nella seconda metà della stagione, la sceneggiatura vuole fare un po’ troppo la sofisticata. Introduce un paio di sottotrame legate a personaggi secondari che onestamente non portano da nessuna parte e che servono solo ad allungare il minutaggio per arrivare all’ultimo episodio. Questo calo di ritmo si sente parecchio a due puntate dalla fine, dove si perde un po’ di quella cattiveria e di quella velocità schietta che avevano reso folgorante l’inizio della serie. Inoltre, un paio di soluzioni narrative per cavarsi d’impaccio sanno un po’ di miracolo dell’ultimo minuto, il che stona leggermente con il realismo crudo del resto della storia.

Resta il fatto che Due Spicci è una bomba che merita assolutamente di essere vista. Ha avuto il coraggio di raccontare la fame di futuro della nostra generazione senza fare la morale del cavolo, senza buonismi e senza filtri rassicuranti. Finisci l’ultima puntata con un misto di amaro in bocca e di esaltazione pura. Se cercate qualcosa che vi tenga incollati allo schermo e vi faccia anche ridere di gusto, ma con i denti stretti, l’avete trovata.