Masters of the Universe: ma quanto fa paura il nuovo Skeletor?

C’era un modo per non fare una cavolata con He-Man al cinema? Sì, e forse ci sono riusciti

Diciamoci la verità con la mano sul cuore: l’ansia per questo reboot di Masters of the Universe era a livelli illegali. Dopo anni di rinvii, cambi di regia, sceneggiature buttate nel cestino e lo spettro del vecchio film anni ’80 (che per carità, lo amiamo per la nostalgia, ma era quello che era), il rischio di trovarsi davanti a un baraccone di pessimi effetti speciali era altissimo. Invece ti siedi in sala, partono le prime inquadrature su Eternia e capisci subito che stavolta hanno preso la faccenda maledettamente sul serio. Hanno trovato quell’equilibrio miracoloso tra il fantasy epico stile Il Signore degli Anelli e quel pizzico di fantascienza rétro che ha reso iconici i giocattoli della nostra infanzia.

La trama di base non si perde in chiacchiere inutili e ti butta subito nel mezzo della crisi: Eternia è un mondo in bilico, la magia si sta esaurendo e il Castello di Grayskull è perennemente sotto l’assedio delle forze di quel folle di Skeletor. Adam è un personaggio scritto con un senso logico finalmente decente; non è il solito eroe perfetto e noioso, ma un ragazzo schiacciato da una responsabilità gigantesca, e la transizione quando impugna la spada fa venire i brividi, complice un sound design pazzesco che fa tremare le poltrone del cinema. Ma la vera sorpresa sono i comprimari, da Teela a Man-At-Arms, che non fanno da semplici statuine sullo sfondo ma hanno una loro dignità e scene d’azione dedicate che sono coreografate da Dio.

Visivamente raga… qui c’è da rimanere a bocca aperta. Il design del film è una roba mastodontica. Hanno fuso la tecnologia futuristica con le ambientazioni barbariche e gotiche in un modo che a parole sembra assurdo, ma su schermo funziona da matti. La fotografia è accesissima, ricca di contrasti violenti tra l’oro di Eternos e le ombre desolate della Montagna del Serpente. E Skeletor? Mamma mia. Il look del villain principale è da incubo vero, cattivo, spietato, recitato con un carisma pazzesco dietro quella maschera ossea che ti fa dimenticare all’istante le macchiette del passato.

Il problema vero però sapete qual è? Che il film vuole mettere troppa carne al fuoco. Dura due ore abbondanti, ma la lore di Masters of the Universe è talmente gigantesca che a un certo punto la sceneggiatura deve fare i salti mortali per spiegare tutto: la magia, la tecnologia, le origini del potere, i vecchi re. Questa fretta si sente soprattutto nella parte centrale, dove il ritmo rallenta bruscamente per lasciar spazio a dei discreti “spiegoni” che rischiano di annoiare chi al cinema ci è andato solo per vedere He-Man che tira mazzate. Inoltre, alcuni cattivi secondari storici della scuderia di Skeletor vengono liquidati in fretta, quasi fossero semplici cammei messi lì per far felici i collezionisti di action figures.

Resta il fatto che questo film è una mazzata di pura adrenalina nostalgica fatta come si deve. Ha avuto le palle di non vergognarsi delle sue origini palesemente sopra le righe, trasformando un brand potenzialmente ridicolo in un blockbuster fantasy solido, divertente e visivamente sontuoso. Esci dalla sala stanco ma felice, con la colonna sonora orchestrale che ti rimbomba ancora nelle orecchie e una voglia matta di urlare la solita frase iconica.