Mother Mary, non aspettatevi il solito film musicale

Ma che trip si è preso David Lowery con Mother Mary? (Recensione NO SPOILER)

Allora, io ve lo dico subito: se andate al cinema pensando di vedere il classico biopic musicale patinato su una popstar, tipo quelli a cui ci ha abituato Hollywood ultimamente, avete proprio sbagliato sala. Ma di grosso pure. Mother Mary è un trip allucinante. Una specie di dramma psicologico tesissimo, quasi claustrofobico, mischiato a un’estetica visiva che vi giuro, quando si accendono le luci in sala ti lascia stordito. David Lowery (il regista, che io adoro dai tempi di A Ghost Story) ha preso il mondo del pop, il feticismo della moda e ci ha imbastito sopra una storia di ossessione e demoni personali che ti toglie il fiato.

Vogliamo parlare di Anne Hathaway e Michaela Coel? No raga, la chimica tra quelle due è una roba che brucia lo schermo. La Hathaway fa questa popstar mondiale a dir poco iconica, intrappolata in un vortice di egoismo, stress da tour e una pressione mediatica che la sta letteralmente consumando. La Coel invece interpreta una stilista dal carattere d’acciaio. Quando i loro mondi si scontrano per una collaborazione esclusiva, tra le due inizia un duello psicologico pazzesco. Niente sguardi languidi o banalità: qui c’è solo tensione pura, risentimento e un gioco di potere che si taglia col coltello.

Il film visivamente è una roba maniacale, la fotografia è pazzesca e ti pulisce gli occhi. Il regista usa i contrasti cromatici in modo quasi violento: si passa da luci fredde e asettiche a esplosioni di colore caldissime e soffocanti che ti si piantano nel cervello. C’è una cura per i dettagli – il rumore dei tessuti, i silenzi prima di una battuta, le inquadrature ravvicinate – che trasforma un film sulla carta “musicale” in un thriller dell’anima che mette un’ansia addosso incredibile.

Il problema vero però sapete qual è? Che il film a un certo punto diventa quasi troppo teatrale. Tutta la parte centrale, incentrata sul confronto tra le due protagoniste, è una bomba di recitazione ma rallenta tantissimo il ritmo. Se non vi piace quel tipo di cinema sinestetico, dove contano più le sensazioni e i non detti rispetto all’azione pura, rischiate di trovarlo pesante a metà strada. La sceneggiatura flirta spesso con il surreale e il metaforico, specialmente nella seconda metà, e questo potrebbe dividere il pubblico tra chi griderà al capolavoro e chi rimarrà interdetto.

Resta il fatto che Lowery non vi dà rispostine facili o il solito finale consolatorio per farvi tornare a casa tranquilli. Finisce il film e ti resta addosso una sensazione di vuoto e un sound design disturbante che continua a ronzarti nelle orecchie. Ha un coraggio pazzesco, questo va ammesso. Voto 7.5, anche solo per il duetto Hathaway-Coel che vale da solo il prezzo del biglietto.